Fermarsi è viaggiare: in treno verso Varanasi
Cosa succederebbe se smettessi di guardare l'orologio e iniziassi a osservare la vita scorrere all'interno di un treno indiano?
In questo primo appuntamento della rubrica I miei viaggi, ho scelto di raccontare un frammento del mio tragitto in treno alla volta di Varanasi. Su quel vagone ho compreso che rallentare significa vivere. In un'India che a tratti mi ha anche sfiancato, ho imparato ad aspettare. E qui ve lo racconto.
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Il rumore metallico delle rotaie scandisce il tempo del mio lungo viaggio. Un po’ come il ticchettio di un orologio che spesso impedisce il sonno, qui, su questo sedile duro, distende ogni muscolo del mio corpo.
Da Agra a Varanasi: quindici ore di treno. Un’intera notte in una cabina che scivola sui binari, verso la città sul Gange, dove vita e morte convivono senza separazione. Il fumo della legna che lentamente consuma chi è passato oltre sale nel cielo e si mescola alle campane dei templi, al canto dei mantra, al clacson dei motorini, al caos delle strade.
L’aria calda dell’India resta fuori e dentro i vagoni, adesso, sento quasi freddo. Ho ancora negli occhi la bellezza irreale del Taj Mahal, avvolto dal fascino opaco della foschia di luglio, e addosso la stanchezza della notte trascorsa a osservare Daniele, mio compagno di viaggi, stordito dall’insolazione e in preda ai brividi.
Oggi ho l’impressione di vivere due giorni in uno. In India il tempo si dilata e ti costringe a riconsiderare l’idea delle ventiquattro ore. Come nella mia cara Sicilia, i ritardi sono già previsti sul tabellone delle partenze, ma qui si allargano ulteriormente: saliamo sul treno quattro ore dopo l’orario previsto. Ho rinunciato a fare progetti e lascio che sia l’India a farli per me. Non è resa: è accettazione. Vivere l’India con i suoi tempi, sarebbe impossibile in altro modo.
Sono dieci giorni che attraversiamo il paese in treno: da Delhi al Rajasthan, poi ancora ad Agra. Ormai mi è chiaro che l’intera popolazione si riversa sui treni, e non solo nelle strade affollate. Un bagno di folla che dorme, mangia, aspetta, vive. Nei vagoni il tempo rallenta.
Il venditore di chai masala passa e, con voce cantilenata, quasi una nenia, sembra cantare al proprio tè e latte speziato. Il suo richiamo ritorna sempre uguale, come un metronomo: “Chai, chai. Tè masala”.
Donne dai lunghi capelli nero corvino, avvolte in sari dai mille colori, con decine di bracciali dorati ai polsi, camminano nei corridoi stretti tenendo i propri bambini al petto. Hanno occhi così profondi che è impossibile non incrociarli. Uomini scalzi, accovacciati sul pavimento, ridono e conversano in una delle infinite lingue che abitano l’India.
Il treno non è più un mezzo per raggiungere un luogo: è già la mia destinazione, pieno di nomi, volti, storie. Vikram, seduto di fronte a me e Daniele, è un contabile che lavora a Delhi. Affronta un viaggio di quasi ventiquattro ore per raggiungere la sua famiglia. Mi mostra le foto: due adolescenti e una donna spuntano dalla fessura del suo portafogli logoro.
Accanto a lui c’è Amit, che ha smesso di leggere per unirsi a noi. Anche lui sta raggiungendo casa e sogna di sposare la sua fidanzata appena finiti gli studi a Delhi. Vuole visitare l’Italia e ci chiede del calcio. Amano il calcio, ma noi siamo le persone sbagliate a cui fare questa domanda.
Il viaggio in treno è così intenso che perfino la stanchezza smette di avere voce. Un frammento della mia esistenza si intreccia a questa nuova lentezza, alla quale penso di stare imparando ad abituarmi. Tutto nella mia vita procede così veloce, anche i pensieri. Qui, su questo sedile, mi rendo conto di quanto sono stanco.
Il paesaggio si allunga lentamente dal finestrino. Tutto è verde, e il sole all’orizzonte, di un arancione acceso, è pronto a cedere il passo alla luna e al buio. C’è più vita dentro questo treno che fuori. Tutti sembrano concentrati a vivere la lentezza.
Probabilmente a casa avrei sentito il bisogno di occupare il tempo: parlare, leggere, andare altrove. Qui, invece, voglio assaporarlo. Voglio rimanere seduto e lasciare che siano gli occhi a raccontare la vita che scorre accanto a me. L’aria ha un profumo diverso, gli sguardi un’altra profondità, i colori si intrecciano in modo nuovo, le voci hanno altre sonorità.
Mi sento bene. Ho il tempo di sentire il mio respiro e lasciare che i pensieri rallentino un po’. La mia India ha un tempo diverso, ed io in questo tempo mi ritrovo, mi ascolto, mi sento. Credo di essermi perso più volte in quella che chiamo casa.
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Ultimamente leggo spesso sul mio balcone, ma la voce caotica dei pensieri non sembra fermarsi mai. Resto sempre sulla stessa pagina, sullo stesso rigo, come se non l’avessi ancora capito.
Adesso, su questo sedile, non devo fare nulla: devo solo esserci. In tutto questo groviglio di pensieri, sento la mia voce. Oggi la sento chiara. Mi chiedo se sia solo una parentesi. Se sia l’India a liberarmi. O se esisto solo in questo treno.
La malinconia del tramonto che entra dal finestrino si posa sul mio petto e mi sembra di respirare meglio. Che sia una parentesi o meno, oggi vivo, non esisto soltanto. Mi perdo nel paesaggio che scivola via e si tinge d’ambra. Vikram mi racconta del suo villaggio, mentre il mio sguardo resta fuori, tra campi arancioni e luce che si spegne.
Ci invita a scendere qualche fermata prima per conoscere la sua famiglia, ma Varanasi è la nostra meta. Ed io non voglio che questo viaggio finisca. Su questo sedile mi ripeto ancora, non devo fare nulla: devo solo esserci, aspettare. Aspettare di arrivare a Varanasi.