Azalaï. Millecinquecento chilometri a piedi nel deserto
In qualche ricordo lontano mi torna alla mente la sabbia color crema, tiepida sotto le mani e il viaggio nel deserto del Sahara.
Avevo lasciato da qualche giorno il Café La Porte du Désert di Hamed a Douz e mi ero addentrato nel deserto con i miei amici. Lì, dove la notte non esistono luci se non quelle che il cielo accende sopra di te, e la Via Lattea sembra così vicina da poterla toccare.
Il momento che amavo di più era il tramonto. Seduto su una duna osservavo il sole scomparire tra le infinite montagne di sabbia. Era quasi un rituale: dopo aver cercato la legna, acceso il fuoco e montato la tenda, salivo su quella che sentivo essere la mia duna e lasciavo che tutto ciò che avevo dentro prendesse voce.
La mia voce, in quel vuoto solo apparente, suonava più forte.
Quel semplice ricordo, ancora oggi, mi riporta a quella stessa sensazione, a quel preciso momento.
È stato lì che ho capito veramente una cosa semplice: il silenzio non è mai vuoto.
È pieno di pensieri, di domande, di parti di te che nella vita quotidiana si perdono, si confondono. Il silenzio è la voce del deserto.
Forse è per questo che Azalaï. Millecinquecento chilometri a piedi nel deserto mi ha colpito. Perché leggendo ho riconosciuto quella stessa sensazione: il momento preciso in cui il paesaggio smette di essere fuori e comincia ad essere dentro.
Questo libro non è un semplice diario di viaggio. Ma è il lento emergere di un uomo che, passo dopo passo, lascia cadere il superfluo e resta con l’essenziale.
Il deserto, apparentemente vuoto, diventa uno spazio pieno. Di stelle che non si dimenticano. Di incontri che dicono molto. Di silenzi che si riempiono di ogni pensiero.
È un racconto breve di vita vera. Dell’avventura che Carlo Maver, musicista come me, ha percorso con le carovane degli Azalaï che da Timbuctù lo portano alla miniera di sale di Taoudenni, attraverso il deserto e la sua gente.
Le persone incontrate diventano maestri inconsapevoli di un altro modo di stare al mondo. La sua avventura si trasforma in un’esperienza fatta di fiducia, di attesa, di fatica condivisa. Un viaggio che non ha fretta né di arrivare né di finire.
È un libro che ti riporta all’essenziale, a quella parte di te che sa ancora stupirsi di una notte stellata. Quando lo chiudi, non hai l’impressione di aver finito un racconto, ma di aver condiviso un cammino.