"Perché sentiamo il bisogno di partire se poi torniamo sempre? In questa recensione di 'Camminare' di Hermann Hesse esploro il vero significato del viaggio inteso come ritorno a se stessi."
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C'è una frase che leggo spesso sui social e che a volte ho pronunciato anche io, magari in un momento di forte sovraccarico emotivo: "Mollo tutto e parto".
Hermann Hesse, probabilmente, l'avrebbe definita superficiale. Avrebbe giudicato superficiale me, che permettevo alla mia bocca di formulare un concetto del genere senza scavare a fondo.
Mi sono imbattuto quasi per caso in uno dei suoi libri meno noti, Camminare, e l’ho letto più per cercare una conferma che per fare una scoperta. Da tempo mi interrogavo su un bisogno profondo: perché sento così forte l’esigenza di partire, ovunque, anche solo dietro l’angolo? Parto e, ogni volta, ritorno. Ma perché continuo a camminare se poi la strada mi riporta sempre al punto di partenza?
Questo libro di poco più di cento pagine, che racconta di sentieri svizzeri, montagne e passeggiate all'ombra degli alberi, ha avuto il potere di farmi sentire, ancora una volta, con lo zaino sulle spalle.
Mentre leggevo, ho rivisto i miei stessi passi. Mi è capitato parecchie volte di scappare. Mi è successo sulle scale di un aereo con la Cambogia alle spalle, quando ho capito che la malinconia che mi opprimeva il petto non era legata al dover lasciare le palme, le risaie o la gente che mi aveva fatto sentire a casa. Quello che soffrivo era lasciare andare la versione più libera di me che in quella terra avevo ritrovato.
Mi è successo anche sul Cammino di Santiago: ore e ore di sterrato per comprendere che non mi importava nulla di arrivare alla Cattedrale. Il punto non era la meta, ma il peso che portavo sulle spalle e cosa avrei custodito nello zaino una volta tornato a casa.
Hermann Hesse definisce questo stato d'animo "vagabondaggio". In meno di 50 pagine arriva alla quadra: viaggiare ha senso solo se sai tornare da qualcuno, da qualcosa, o semplicemente alla versione più vera di te stesso. Un secolo fa aveva già compreso che, in un mondo che cerca risposte sempre più lontano, la vera "casa" non è un punto sulla mappa, ma qualcosa che custodiamo dentro.
Ecco perché probabilmente Hesse sarebbe insorto sentendo l'espressione "lascio tutto". Non possiamo lasciare noi stessi. E noi stessi racchiudiamo già ogni cosa: i luoghi, i sentimenti, il lavoro, gli affetti, le radici.
Oggi, dopo aver chiuso l'ultima pagina di questo libro, se dovessi rispondere alla domanda "perché viaggi?", risponderei così: per portare a casa pezzi di me che ho smarrito lungo la strada. Non viaggio per lasciare tutto. Viaggio per ritrovare tutto.
"Camminare" non è un manuale turistico. È un libro prezioso per chi ha capito che il viaggio autentico non è quello che ti allontana, ma quello che ti riavvicina a chi sei veramente. Hermann Hesse, seduto in una stanza davanti alle colline cent'anni fa, scriveva del viaggio come ritorno. E io non smetto di mettere lo zaino sulle spalle proprio per questo.
"Camminare" non è un romanzo. È una raccolta di scritti, articoli, poesie e riflessioni pubblicate da Hesse tra il 1904 e il 1920 che conservano l'essenza più pura del viaggio.
Ogni pagina si scaglia con lucidità contro chi viaggia per moda, per il solo gusto di potersene vantare al ritorno. Critica chi colleziona paesi come fossero trofei, aggiungendo una bandierina su una mappa appesa sopra il divano. E Hesse lo faceva nei primi del Novecento, centovent'anni prima che i social network pubblicassero la loro prima foto perfetta da esibire.
Poi, lo scrittore di Siddharta e di Narciso e Boccadoro corregge il tiro e si pone la domanda cruciale: perché viaggiamo?
Nelle sue passeggiate tra lo splendore delle stagioni, Hesse scrive che chi cammina senza comprendere il motivo profondo del suo andare non sta davvero viaggiando. Sta scappando. Sta fuggendo da se stesso, prima di tutto. E la fuga, da sola, non conduce da nessuna parte: resta ferma a casa anche quando ci si trova dall'altra parte del mondo.