Viviamo in un'epoca ossessionata dalla performance.
Ci insegnano che per realizzarci dobbiamo aggiungere. Più competenze, più fatturato, più relazioni, più impegni in agenda, più oggetti.
Ci convincono che la felicità sia una questione di accumulo.
Ma la verità è un'altra. Ed è una verità che fa male.
Aggiungere complessità a una vita che sta già bruciando serve solo a creare un incendio più grande.
Ci sono momenti in cui l’unica soluzione non è accelerare. È spogliarsi. È sottrarre. È trovare un luogo in cui far infrangere l'onda che ti si muove dentro con rabbia, sperando che gli scogli sappiano reggere l'urto.
Per me quel luogo è stato una strada sterrata, sotto il sole cocente della Spagna.
Non sapevo di averne bisogno. Non lo pianificavo. Ma il Cammino di Santiago è arrivato senza chiedere il permesso. È arrivato di traverso, come fanno tutte le cose che ti cambiano la vita per davvero. Come alcuni segni che aspettano solo di essere letti. Una freccia gialla può indicare la strada, oppure il nuovo inizio di chi ha mollato tutto per ritrovarsi.
Ve lo racconto in questo nuovo appuntamento della rubrica I Miei Viaggi.
Sommario
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Tutto è iniziato con una frase che, sul momento, mi è sembrata pura pazzia. «Io vado al cammino di Santiago, tu vai dove vuoi».
La voce era quella di Daniele. La sua sicurezza era disarmante. Ricordo di aver pensato: “Ok, sta scherzando. Chi è che cammina per 800 chilometri a piedi? E soprattutto, perché?” Eppure, in quel momento di totale confusione personale, ho detto sì.
Non l’ho fatto per spirito di avventura. L’ho fatto per paura. Non volevo staccarmi da lui, non volevo che vivesse quell'esperienza senza di me. Volevo essere lì, volevo farne parte, volevo poterla raccontare.
Ma la verità profonda era un'altra: quell’anno era stato un inferno per entrambi. Il lavoro ci aveva letteralmente piegati e prosciugati. Dentro di noi bruciava qualcosa che non riuscivamo a spegnere, e quel viaggio sembrava l'equivalente di un secchio d'acqua fredda gettato sul petto.
Solo molti chilometri dopo avrei capito che non stavo seguendo Daniele. Stavo seguendo me stesso.
Cosa succede quando metti le cuffie e inizi a camminare alle quattro del mattino?
Succede che il mondo si azzera. Sopra di te c’è solo un cielo stellato. Se hai la fortuna di arrivare alle Mesetas, hai già percorso 290 chilometri e ti sei lasciato alle spalle i Pirenei, la Navarra fino a giungere a Hornillos del Camino, il piccolo villaggio rurale che segna ufficialmente l’ingresso visivo e psicologico nell’infinito silenzio delle Mesetas. Da questo punto in poi il paesaggio si trasforma in una distesa sconfinata di campi di grano, caratterizzati da lunghi rettilinei spogli e privi di ombra.
In questo altopiano infinito e mistico che sembra non finire mai, accade qualcosa di magico. I tuoi piedi calpestano la terra battuta e i tuoi occhi rimangono incollati alla Via Lattea. Musica, pensieri, respiro. Tutta pare sincronizzarsi con i tuoi passi.
In quel silenzio irreale, circondato solo da campi di grano che si perdono nell'oscurità, capisci che la mappa non è sul GPS. La mappa è sopra la tua testa.
Poi, arriva il sole.
Con la luce del giorno ritornano i dolori. La tendinite alle gambe da 6 giorni ti rende la vita difficile. La terra sotto i piedi scricchiola. Le caviglie iniziano a lamentarsi, e quel dolore diventa un fastidio fisico che vorresti sfilarti di dosso, come faresti con una felpa pesante durante una giornata di luglio. Il sudore si appiccica alla pelle. Le cinghie dello zaino tagliano le spalle come lame.
È in quel momento, quando la stanchezza alza il volume, che devi compiere l'atto di ribellione più grande: trovare il tuo ritmo.
Il Cammino ti insegna una lezione semplice:
quando provi a seguire il passo degli altri, il tuo corpo ti ricorda che sei fuori tempo. Non puoi vivere la vita alla velocità degli altri.
Se acceleri per compiacere qualcuno, ti distruggi. Se ti fermi per paura, ristagni.
Devi camminare sul tuo tempo. Sempre.
Lungo la strada l'umanità ha un odore preciso e sa di buono. Sa di bucato pulito. Sa di calore. All’improvviso qualcuno si affianca al tuo passo. Non sai chi sia, da dove venga o cosa faccia nella vita. Ma in pochi chilometri ti consegna la parte più intima di sé.
Ho incontrato anime incredibili, da ogni parte della terra, che hanno cambiato il mio modo di vedere il mondo e tra queste:
Margarita: tedesca, insegnante d’arte a Lipsia. La persona più folle e libera che abbia mai conosciuto. Fotografava animali privi di vita che incontrava lungo il cammino. Mi ha offerto un pezzo di banana mentre ero seduto su un tronco in mezzo a un bosco nella Navarra. Aveva un bisogno disperato di ritrovare sé stessa lontana dalla vita che la stava inghiottendo e per questo è partita da sola e da sola ha scelto di camminare. Da quella banana nel bosco è stata la prima persona ad abbracciarmi al mio arrivo nella Cattedrale di Santiago 🙂.
Francesca: italiana, scontrosa, inizialmente restia a qualsiasi conversazione. Ricordo che al primo "Ciao, siete italiane?", mi rispose con un "Sì" secco, dandomi le spalle e allontanandosi. Ho pensato fosse insopportabile. Qualche giorno dopo camminavamo affiancati. Il suo mondo è diventato il mio. Era arrabbiata, aveva una sete di vita che perdeva i suoi confini tra passato e presente, ma che le regalava una forza che ho riconosciuto in pochi. Francesca è diventata un pezzo fondamentale del mio cammino. A un passo dall’arrivo ha bussato alla mia spalla, ha sfoderato un sorriso e ha scelto di arrivare in Cattedrale insieme a me🙂.
Ognuno di noi portava un dramma personale nello zaino.
Ma camminare insieme ha trasformato quel peso.
Lo ha diviso.
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La sera, quando entri in un ostello dopo 10 ore di cammino, il concetto di "casa" cambia per sempre. Una doccia veloce, una brandina cigolante, un lento massaggio ai piedi, il tuo zaino, la tua musica. Per i più impavidi, il peso di un libro. Fine. Quella è la tua fortezza.
La società moderna è strutturata per confonderci. Ci bombarda di desideri inutili per venderci soluzioni a problemi che spesso non abbiamo. Ma quando sei sfinito su quella brandina, realizzi il cuore più importante di questa esperienza: tutto ciò di cui hai veramente bisogno per sopravvivere ed essere felice pesa esattamente 7 chili. Il resto lo deve portare l’anima.
Più alleggerisci lo zaino, più l'anima si solleva. E si alleggerisce grazie alle persone che incontri, che un passo alla volta smettono di essere sconosciuti e diventano la tua famiglia itinerante.
Allora, perché l'ho fatto?
Perché non sapevo di averne bisogno fino a quando non ho smesso di camminare. Quando mi sono fermato, mi è mancata l’aria.
Ho camminato per me. Ho camminato per capire dove mi fossi perso. Non ho mai amato e odiato così tanto la mia stessa compagnia come in quei giorni. E alla fine, ho capito.
L’onda del mare che sbatteva con rabbia incontrollata sugli scogli... ero io.
Il Cammino è stato lo scoglio che ha accolto quella rabbia e l'ha trasformata in quiete.
Quando sono tornato a Lentini, tutto era apparentemente identico. Stessi rumori. Stesse velocità. Stesse persone che si aspettavano da me le stesse identiche cose di sempre. Ma dentro, qualcosa si era spostato.
Non ho portato a casa risposte, perché non ho fatto domande. Ma ho portato a casa la mia nuova bussola, un'attitudine, un ritmo:
Non accelerare solo per stare al passo con le aspettative degli altri.
Non fermarti per la paura di restare indietro.
Allenta la presa e lascia che le cose vadano dove devono andare, senza l'ansia di doverle trascinare o controllare.
Il vero Cammino di Santiago non finisce davanti alla cattedrale.
Il vero Cammino inizia nel momento esatto in cui infili la chiave nella toppa della porta di casa tua e
decidi di vivere la tua vita ordinaria con una consapevolezza straordinaria.
E tu? Stai camminando al tuo ritmo o stai correndo per stare dietro al tempo di qualcun altro? Cosa c'è dentro lo zaino che ti stai trascinando dietro e di cui potresti fare a meno oggi stesso?